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Storia

Il periodo Angioino-Aragonese

L'avvento degli Angioini era ormai inevitabile, e i Lancia, loro oppositori, dopo la battaglia di Benevento del 1266 vennero rinchiusi nel castello di Tropea assieme ai ribelli. I Ruffo di Tropea vennero invece perdonati da Carlo I d'Angiò, che li reintegrò nei loro domini e gli raccomandò di provvedere al castello, mentre le dogane, attracchi e controllo della città vennero affidati agli ufficiali credenceriis et gabellotis (che esigevano i dovuti crediti e le gabelle). Allora la città era tra le più grandi della Calabria centro-meridionale, con 5.508 abitanti (più grande di Reggio e Seminara e seconda solo a Nicotera e Monteleone). Tra la rivoluzione del Vespro (1282) e la pace di Anagni (1295) le sorti di Tropea furono altalenanti tra gli angioini e gli aragonesi. Certo questo periodo di trapasso che interessò tutta l'Italia meridionale servì ad incrementare i traffici e gli spostamenti, e proprio in questo periodo si sviluppò il commercio nella città tirrenica, inoltre furono impiantati i conventi delle clarisse a S. Chiara e dei frati minori nella chiesa di S. Pietro ad Ripas. Nemmeno nel periodo successivo alla pace di Caltabellotta del 1302, rivelatasi inutile a sedare le divisioni e ad evitare l'impoverimento della regione, Tropea riusciva a distinguersi nei traffici con i porti d'Oriente e d'Occidente grazie al vino dell'entroterra che partiva dal suo molo. Il re Roberto d'Angiò, si dimostrò comunque benevolo con Tropea. Quando concesse la città in feudo a Ugone di Boville, in seguito alla ribellione dei tropeani, sostenuti dal vescovo Riccardo Ruffo e dal metropolita Tommaso (arcivescovo di Reggio), revocò l'infeudazione e la città tornò ad essere demaniale (era il 20 Giugno del 1315). Nel 1337 inoltre, il re accordò ai funzionari locali di riscuotere un tributo per la costruzione di un nuovo porto. Alla morte del re successe al trono sua nipote Giovanna I (1343-1381), che doveva tenere in gran considerazione l'allora vescovo di Tropea Roberto dei Predicatori. La regina, dopo l'assassinio di suo marito Andrea, inviò infatti il vescovo tropeano in Ungheria a sollecitare il cognato Luigi I a proteggere lei e il nipote Carlo Martello. Nel frattempo il porto costruito sotto Roberto d'Angiò era cresciuto di importanza diventando uno tra i principali scali commerciali del Tirreno: i commercianti Ebrei di Sardegna avevano con intrattenevano spesso scambi con il porto tropeano (indicato ancora come Portum Herculis), mentre da ogni parte era richiesto il vino locale (secondo Federigo Melis da Maiorca, Barcellona, Valenza, Napoli e Bruges, inoltre verso Oriente a Creta, Pera Tana, Kaffa, in Romania e a Costantinopoli). Il porto aveva traffici così intensi (anche in Provenza e Inghilterra) che nel 1389 Giacomo Dardano, un canonico di Tropea, era nunzio e collettore delle decime in Inghilterra. Purtroppo però, il periodo del cosiddetto "grande scisma", che lacerava le gerarchie ecclesiastiche e gli appartenenti alla sfera del potere tra i fedeli al papa e all'antipapa, ebbe delle ripercussioni anche nella diocesi del Poro, dove la sede episcopale restò vacante e gli affari ordinari furono affidati dal vescovo di Tropea Pavone di Griffis (1390-1409) al vescovo di Mileto. In quegli anni Tropea, in cui era presente una folta comunità ebraica, fu addirittura messa in vendita da Ladislao di Durazzo su permesso del papa Bonifacio IX (il 10 Gennaio 1403), ma nessuno osò correre il rischio di provocare rivolte in un così importante porto del Tirreno, così la città rimase invenduta e mantenne la prerogativa di città demaniale. Il potere ecclesiastico subì un altro colpo quando alla morte del vescovo "a distanza" Pavone, la diocesi venne data in commenda al cardinale di Ragusa, ma dopo soli nove mesi questi rinunciò ad amministrarla. Il pontefice assegnò solo nel 1413 la carica di vescovo al giovane Nicola Acciapaccia (aveva soli 28 anni), ma anche costui non raggiunse mai la cattedrale tropeana. I venti anni del suo episcopato, in cui badò solo a concedere benefici ai chierici, si conclusero con la promozione ad arcivescovo di Capua (1435). Se da un lato quindi Tropea ebbe benefici sia da Carlo III che da Ladislao e da Giovanna II, la sua diocesi era d'altro canto nel caos e in balia degli approfittatori di turno. Nella lotta tra Angiò di Provenza e Durazzo le posizioni di Tropea e del suo vescovo furono ambigue e capaci di repentini cambi di sponda. Ma il disinteresse che in quegli anni caratterizzò le cariche ecclesiastiche nei confronti di Tropea - basti pensare che anche il successivo vescovo Giosuè lasciò vacante la sua sede, che venne affidata a Gotifredo Cozza di Lago (CS) - fu dovuto forse all'impoverimento e alla regressione demografica della città: nel 1443 soli 3.890 erano gli abitanti compresi tutti i casali. Come se non bastasse, a questo periodo buio della storia tropeana si aggiunse la piaga diffusa e incontrastata della delinquenza, che nel XV secolo mise in ginocchio i mercanti di tutta la regione (alla quale farà seguito il terremoto del 1459!). Nonostante l'arrivo nel 1443 di un console genovese nel "porto d'Ercole", per gestire le esportazioni di grano e vino, ed il provvedimento preso dal re di Napoli di rinnovare a Tropea ed ai casali i privilegi antichi per consentirne la ripresa, la città subì un altra umiliante perdita (sempre a causa del cattivo operato nel campo ecclesiastico). Un'ispezione del metropolita a Tropea nel 1450, portò all'accusa presso la Sede Apostolica del vescovo tropeano, e gli incarichi di accertare ciò che avveniva a Tropea vennero affidati cinque anni dopo ai vescovi di Nicotera e Mileto. Alla morte del re Alfonso il Magnanimo, il duca Giovanni d'Angiò contestò la successione dell'aragonese Ferrante. Tropea non cedette all'intimazione di innalzare bandiera angioina e quando Ferrante scese a sedare la rivolta in Calabria premiò la fedeltà di Tropea accordandogli tutti i suoi diritti nel 1459. Nel 1463 il papa Pio II proclamò vescovo il famoso umanista Pietro Balbo, che subito si contrappose al governatore regio della città Francesco Marrades. In occasione del Giubileo, il Balbo chiese al papa Sisto IV l'indulgenza per i pellegrini della Vergine di Romania custodita nella Cattedrale Tropeana (nel periodo tra Natale 1475 e la Pentecoste del 2 Giugno 1476). I pellegrini avrebbero dovuto donare un obolo per la Crociata e per la fabbrica della cattedrale. Alla sua morte, il Balbo venne sepolto in vaticano. Purtroppo, dopo questa bella parentesi, i due vescovi successivi furono poco presenti (come Giovanni Itro di Gaeta) o del tutto assenti (come Giuliano Mirto Frangipani) dalla diocesi. Questa assenza fu assai più negativa delle precedenti, poichè in quegli anni il Poro fu afflitto dalla peste e da sporadiche visite dei turchi invasori di passaggio. Il re Ferrante gravò maggiormente le spese addossate ai sudditi, emanando ordinanze che imponevano alle varie città di pagare la manutenzione delle postazioni marine. Ma Tropea, che subiva un incontenibile calo demografico, chiese al re di concedere a quanti volessero trasferirsi nella città i medesimi diritti dei residenti. Alla morte del re, Tropea scelse ancora, assieme a Scilla e Amantea, di difendere la parte aragonese (anche perchè i rivali francesi avevano tentato di eliminare la demanialità della città infeudandola al condottiero Precy). Questa scelta di fedeltà rimase incisa nel gonfalone della città: "[cum totum fere Regnum a regia fide defecisset] Sola Tropea sub fidelitate remansit".

Gonfalone di Tropea

Nel 1499 fu eletto vescovo Sigismondo Pappacoda, e quando il potere passò prima ai francesi, con il patto di Granada del 1500, e poi definitivamente agli spagnoli nel 1503, Tropea (riconosciuta come posizione strategicamente importante) chiese il riconoscimento di tutti i suoi diritti: di rimanere demaniale, di conservare i diritti commerciali del porto, la riserva delle prebende alla cattedrale, il diritto di inviare consoli nel regno e l'affidamento delle cariche di capitano e castellano ai forestieri. Inoltre fu chiesto di allontanare gli Ebrei dalla città, rei di causare l'impoverimento dei cittadini. Durante il periodo aragonese infine, il sistema delle fortificazioni e delle mura di Tropea si era arricchito, con le opere di restauro del castello, con l'erezione della torre cosiddetta "Mastra".

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