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Storia

La città aristocratica nel Cinquecento

Il cinquecento fu un periodo di grandi cambiamenti per Tropea. La città era allora divisa in quartieri, ricalcanti il suo assetto urbanistico: una strada principale correva lungo il centro, tagliando in due l'area quasi circolare dell'abitato e collegando la porta Vaticana (cioè che dava verso il Capo Vaticano) alla porta opposta situata dietro il Vescovato e detta di Mare (che permetteva un rapido raggiungimento, per mezzo di una scalinata, dell'area della Marina del Vescovado e attraverso questa all'area portuale nei pressi di Parghelia). La città era inoltre divisa (quasi a "fette") in quartieri basati sulle parrocchie: la zona che dal castello andava fino alla porta Vaticana (la meno popolosa), formava il quartiere S. Caterina; la più vasta e popolosa era la zona limitrofa che abbracciava dai palazzi affacciati sul mare a quelli interni sulla via principale, chiamata S. Giacomo (chiesa demolita); la zona che si affacciava di fronte allo scoglio S. Leonardo e quella vicina sino alla porta di Mare erano dette rispettivamente S. Nicola e S. Demetrio. Il cinquecento fu un secolo di crescita demografica per Tropea, nella quale confluirono famiglie nobiliari da ogni parte, per unirsi a quelle già presenti (e magari ereditarne i beni). Nonostante ci fosse un General parlamento in cui partecipavano le rappresentanze del ceto nobiliare e del popolo, pare che la componente gentilizia avesse la preminenza nelle assemblee. La vita politica locale riuscì a darsi una riorganizzazione e ad annullare (in teoria) la preponderanza dei nobili solo dopo la riforma amministrativa avvenuta a Cosenza nel 1565, e su modello di quella. Nel 1967 la maggioranza nelle assemblee poteva essere allora ottenuta solo coi due terzi dei votanti, formati da sei Eletti tra i nobili e sei Eletti tra il popolo (tra gli onorati di questo ceto non potevano comparire analfabeti o nati da unioni illegittime), anche i due giudici della corte Bagliva e i due sindaci dovevano essere uno per parte, mentre solo i due Mastrogiurati della Corte Capitaniale rimanevano esclusiva dei nobili. L'Università tropeana (la corporazione che amministrava la città), si occupò soprattutto di marginare il fenomeno dell'emigrazione, dovuto alle ingenti gabelle che i cittadini non riuscivano a sostenere. Ma il sistema adottato dell'apprezzo colpì soprattutto i nobili, con i loro grandi possedimenti. E mentre le gabelle colpivano i poveri, l'apprezzo costrinse alcuni nobili a ricorrere alla carriera ecclesiastica, che comportava l'esenzione delle imposte sui propri beni, altri a trasferire le proprie proprietà sotto il controllo meno opprimente dei casali confinanti (separatisi dalla città dominante proprio per avere propri esattori). I nobili riuscivano così a eludere l'imposizione di tasse ingenti da parte dell'Università tropeana, traendo comunque benefici dai proventi delle gabelle e dai loro terreni nei casali, nei quali edificarono alcune ville o "torri" per controllarli da vicino. Sotto il profilo culturale negli anni tra il vescovo Pappacoda e il suo successore, Monsignor Giovanni Boggio (1541-1559), che nacque a Tropea un'Accademia che in seguitò verrà identificata con l'Accademia degli Affaticati.

Accademia degli Affaticati

Accademia degli Affaticati (clicca per ingrandire)

E' sempre in quegli anni che operarono i due fratelli Pietro e Roberto Boiano che furono, a detta di Nicola Scrugli, "cerurgi sorprendenti per la mirabil arte d'innestare le labbra e i nasi mutilati". Questo fervore culturale fu alimentato anche dalla rinascita delle chiese tropeane, alle quali si aggiunse l'apertura di un Collegio della Compagnia di Gesù sul finire del secolo (che accoglierà nelle sue sale le riunioni dell'Accademia degli Affaticati). Grazie a Monsignor Tommaso Calvo, vescovo dal 1593 al 1613 ed al forte connubio tra famiglie nobiliari e clero, venne istituito il Monte di Pietà, fondato sulla donazione del patrizio Scipione Galluppi.

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