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Il Cristianesimo
Tra il V e il VI sec. d.C. Tropea fu teatro di una rapida cristianizzazione, che ci viene testimoniata dal più vasto complesso cimiteriale paleocristiano scoperto nel Bruzio. La prima comparsa di Tropea su di un documento ufficiale è legato inoltre ad una lettera pontificia del 559 di papa Pelagio I. Tropea appare indicata infatti come Trapeiana massa dell'ager Vibonensis. Sempre da questa lettera pontificia si evince che i primi abitanti del luogo (Dulcitia e Clarentius) fossero servi agricoli di una chiesa calabrese (pare che Clarentius cercasse di elevare il suo rango a quello di curialis). Nel 591 furono segnalate da papa Gregorio Magno le ristrettezze economiche in cui versva il monastero di Sant'Arcangelo di Tropea (monasterium sancti Archangeli quod in Tropeis constitutum) al rettore del patrimonio bruzio della chiesa di Roma. Ma la precoce cristianizzazione del territorio circostante si evolse presto in diocesi e diede quindi vita al centro urbano di Tropea, concepito come civitas e non più massa. Nel 649 Tropea aveva il suo vescovo titolare e residenziale e ciò significa che era già munita delle fortificazioni necessarie per garantire protezione al presule (secondo le disposizioni di Gregorio Magno), edificate sull'originaria cinta muraria innalzata dal famoso generale bizantino Belisario (tra il 534 e il 536 o tra il 543 e il 548).

Sotto papa Martino I, nei primi decenni del VII sec. e quindi sotto il patriarcato di Roma, abbiamo infatti la segnalazione di un certo Giovanni, primo vescovo Tropèon (dei Tropeani). Pochi anni dopo, nel 680, il vescovo tropeano Teodoro partecipò addirittura al sinodo romano. Nel 732-733 le diocesi calabresi passarono alla sovranità imperiale del patriarcato di Costantinopoli (con la disposizione del basileus bizantino Leone III). Tropea si legò quindi non solo al mondo religioso bizantino (con l'adeguamento linguistico durante le liturgie) ma anche culturale, politico e amministrativo. Al II concilio di Nicea del 787 partecipò anche il vescovo Teodoro II di Tropea, e ciò testimonia la subordinazione della città al patriarca d'Oriente. Solo grazie al legame con Bisanzio inoltre, Tropea riuscì a scampare alla minaccia saracena, che nel IX secolo la mise in ginocchio assieme a Santa Severina ed Amantea. I Bizantini infatti mandarono il valoroso Niceforo Foca il Vecchio, che le riportò ai bizantini nell'885/6. Ma anche nel 946 e nel 985 Tropea venne presa di mira dai Saraceni, che quindi ne dovevano aver grande considerazione. Il legame alla chiesa d'Oriente andò via via indebolendosi lungo il secolo successivo, e se il vescovo greco Calociro era in carica ancora nel 1066, sappiamo che già nel 1067 la moglie di Roberto il Guiscardo Sikelgaita cercò rifugio nella città quando i soldati del cognato, il conte Ruggero, uccisero suo marito a Mileto. Questo dimostra che già in quel periodo esistevano legami tra i Normanni, fedeli alla chiesa d'Occidente e qualche nobile casata tropeana. In quello stesso periodo la tonnara in località Bordella presso Tropea, la chiesa di S. Maria dell'Isola e alcuni territori dei dintorni con le rispettive dieci famiglie che li coltivavano, furono donati da Sikelgaita all'abate Olderisio di Montecassino (e per quelle famiglie di fedeli di culto latino fu eretta nel territorio cassinese la chiesetta di S. Maria, proprio per questo motivo detta "de Latinis").
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