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Storia

Il Risorgimento

Il XIX secolo si aprì con la definitiva chiusura di un'istituzione secolare: nel 1800 il Sedile dei Nobili di Portercole venne abolito, ed anche il Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno riconobbe questa chiusura nel 1803. Con l'inizio del decennio francese il Sedile divenne nel 1806 il luogo di riunione per l'amministrazione cittadina, sede di governo nel distretto di Monteleone. Nell'anno seguente venne riconosciuto a Tropea il diritto di controllare i comuni del circondario (Alafito, Arzona, Barbalaconi, Brivadi, Carciadi, Caria, Ciaramiti, Drapia, Garavadi, Mesiano, Moladi, Orsigliadi, Pernocari, Persinaci, Pizzoni, Ricadi, Rombiolo, Scaliti, Spilinga, Zaccanopoli, Zungri); nel 1809 venne indicata tra i luoghi dove stabilire i burò di controllo delle direzioni doganali e sede di sindacato per la gente di mare; nel 1810 servì come punto strategico per le seicento navi utilizzate da Gioacchino Muràt nel tentativo (fallito) di conquistare la Sicilia e nel 1811 fu confermata capoluogo. Pare che quando Muràt passò per Tropea gli venissero offerte dal sindaco Ignazio Scrugli le chiavi della città, ma egli (pur ringraziando per la calorosa accoglienza) le rifiutò, forse a causa delle precedenti manifestazioni antifrancesi nate in seno ad una riunione di una vendita carbonara presieduta da un furiere. Il Concordato del 1818, col riordino dello status della Chiesa, decretava che il vescovo Greardo Gregorio Mele non avrebbe avuto dei successori nella diocesi di Tropea, che veniva così accorpata a quella di Nicotera. Eppure dopo il Concordato la chiesa tropeana trovò vitalità grazie alla presenza di Vito Michele Di Netta (Vallata 1787 - Tropea 1849), padre superiore dei Redentoristi di S. Alfonso de' Liguori giunti a Tropea dal 1790 per evangelizzare l'intero territorio. Secondo L'Osservatore Romano Padre Di Netta svolse con "eroica virtù" il proprio compito, in quel periodo di profondo cambiamento, ed oggi è in corso il processo per sua la beatificazione. Il suo operato, rivolto alle anime, fu completato in quegli anni dal vescovo di Sinope Luigi Vaccari, coadiutore del vescovo di Nicotera-Tropea che dal '72 si ritirò ad Acri per malattia: il Vaccari avviò importanti lavori per la Cattedrale, incoronò il quadro della Madonna di Romania, si occupò del Seminario e fondò un Asilo Infantile. Per ciò che riguarda le vicende politiche di quegli anni, esse sono meglio comprensibili grazie all'operato di Pasquale Galluppi, che oltre ai trattati filosofici si occupò anche di politica del Mezzogiorno. Ad ogni modo, in questo secolo la città di Tropea raggiunse nuovamente, tra altalenanti variazioni, delle dimensioni consistenti (che dai 4.277 abitanti di inizio secolo la portarono a oltre 5.000 abitanti di fine secolo, sfiorando più volte addirittura le seimila unità). A questa nuova rinascita si accompagnò una crescente presenza di laboratori artigiani e piccole fabbriche per la lavorazione del cotone e del cuoio. Con l'unità d'Italia si diede risposta anche alla necessità di collegamenti che la città aveva e, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, vennero realizzate strade e rotaie che permisero a Tropea di non rimanere isolata. Dopo il terremoto del 1905 venne affrontato anche il problema della costruzione di un porto nella zona marina e delle strade che lo collegassero con il centro e la stazione ferroviaria (i lavori vennero avviati negli anni seguenti). Alle opere pubbliche, purtroppo, si accompagnò anche la triste demolizione del castello. Tra le figure politiche di spicco dell'Ottocento ci furono i sindaci Carlo Gabrielli (che si occupò dell'organizzazione amministrativa), Ignazio Toraldo e Nicola Scrugli (sotto l'amministrazione dei quali sorse l'Asilo Infantile e venne cambiata la toponomastica della città), e infine Napoleone Scrugli (che oltre a ricoprire la carica di sindaco fu vice ammiraglio dello Stato maggiore della Real Marina ed il primo cittadino tropeano ad esser eletto deputato). Proprio grazie a Napoleone Scrugli la flotta Borbonica passò intatta al Regno d'Italia: egli infatti, quando Garibaldi giunse a Napoli, provocando la fuga a Gaeta di Francesco II, suggerì di sostituire la bandiera borbonica col tricolore!

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