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Storia

Dalla crisi del Seicento alla municipalità del Settecento

Nonostante la ripresa del secolo precedente, anche Tropea risentì della crisi economica che nel '600 investì tutta la Calabria. I contadini abbandonarono i casali per sfuggire alle tasse, provocando un nuovo calo demografico. E' ovvio che la produzione locale di vino iniziò a risentire il peso del clima che si era creato. Le uniche produzioni locali a resistere furono quelle di seta (ma di bassa qualità rispetto al passato), di olio e di sacchi di fronda. Per fortuna, l'Università tropeana era ormai matura per contrastare le avversità che a quelle di carattere economico si vennero ad aggiungere anche sul piano poitico. Più volte infatti (nel 1612, 1620, 1637 e 1643) Tropea e i suoi casali rischiarono di essere infeudati, essendo stati messi in vendita dal vicerè per recuperare fondi sulle rendite statali, ed in tutte quelle occasioni Tropea riuscì a mantenere i propri diritti demaniali. Questa compattezza dimostrata all'esterno non esisteva invece nella politica interna di Tropea, dove - a causa dei vari poteri sovrapposti - ai conflitti tra potere locale e potere regio si aggiunsero anche i conflitti tra potere ecclesiastico e potere politico e, all'interno di quest'ultimo, tra aristocrazia nobiliare e borghesia emergente: nel 1613 il Regio Capitano interruppe con gente in armi una cerimonia religiosa in cui il Decano stesso subì un'archibugiata; nel 1624, dopo insostenibili periodi di tensione sfociati in episodi di violenza, il seggio della nobiltà si separò nuovamente dal seggio del popolo, superando di fatto le decisioni prese nei Capitoli del 1567. La crisi fu completa quando, nel 1647-48 (sulla scia del moto napoletano di Masaniello) partì un moto rivoluzionario ad opera del marinaio di Parghelia Leonardo Drago. Ovviamente l'iniziativa, che trovò molti sostenitori anche negli altri casali, fu sedata su intervento del Vicario generale D. Francesco Carafa inviato dal Vicerè. Tra il 1674 e il 1678, durante la Guerra di Messina, i francesi istituirono a Tropea una Prefettura, composta da un Capitano con 12 commilitoni, per presidiare la piazzaforte tropeana e difendere la costa da possibili attacchi spagnoli. I Patrizi si erano intanto dati una nuova sede per il loro seggio, erigendo un Sedile chiamato di Port'Ercole, in onore del mitico fondatore della città. Anche gli Onorati tentarono di ergere una loro sede, che doveva chiamarsi Sedile Africano sull'antico edificio della Corte baiulare, ma quest'opera non fu mai realizzata. La tranquillità di Tropea fu però minata nuovamente dall'interno nel 1722, con dei moti interni guidati da Orazio Falduti, un subalterno del Tribunale Provinciale appartenente al ceto medio. Questo avvenne perchè in quel periodo l'Imperatore Carlo VI d'Austria donò trecentomila ducati alle Università del Regno e tra i casali si sparse la voce che un'ordinanza della Sommaria del 1720 escudeva da tali benefici coloro che campavano alla giornata. Partì una rivolta da Spilinga e si concluse con una petizione presentata da tutti i casali. I casali pretendevano di potersi rappresentare da sé, pagando i tributi direttamente al tesoriere della Regia Camera, ed inoltre di non dover più ricevere le "visite" dei soldati tedeschi. Poichè la nobiltà si rifiutava di ascoltare le richieste dei villani, questi posero d'assedio Tropea, svuotando i mulini e lasciando le fontane all'asciutto. Il Preside di Calabria Ultra chiese aiuto al Vicerè, che inviò il generale Vallis con due galere cariche di tedeschi a Tropea. Quando questi arrivò in città la rivolta era ormai terminata e quindi si limitò a punire alcuni responsabili (due furono impiccati alla marina e uno, troppo giovane, venne imprigionato). Il Vallis si meravigliò della situazione trovata, poichè un sistema di controllo così ampio non era presente in nessuna altra parte del regno e applicò provvedimenti duri proprio contro i nobili, che dovevano d'ora in poi esercitare gli antichi diritti, meritati dai loro padri col sudore, non da padroni ma da padri; oltre ai nobili ed ai civili anche la plebe veniva ammessa al governo dell'Univeristas con due propri rappresentanti. Le conseguenze della rivolta si ripercossero sulla già disastrata economia della città. Nel 1764 un carestia portò il Parlamento tropeano ad obbligare i nove maggiori benestanti di Tropea a contrarre un debito di ingenti somme da privati e luoghi pii per salvare dalla fame il popolo. Questi personaggi riuscirono a far superare la crisi nera e la fame ai tropeani, ma patirono a lungo le conseguenze di quell'indebitamento (i patrizi erano F. di Francia, M. Barone, D. Pelliccia, F. D'Aquino e F. Fazzari; i civili erano D. Massara, A. Cutuli, G. Antonio Campesi e A. Arena). La presenza di borghesi tra i nove più ricchi della città non deve destar stupore, nel secondo ceto infatti erano ormai presenti avvocati e dottori, notai e professionisti. Nel General Catasto di Tropea degli anni Sessanta del Settecento primeggiavano anche sui nobili due borghesi. Non solo, la carriera ecclesiastica veniva intrapresa sempre più da uomini non appartenenti alle famiglie nobili. Proprio per la massiccia presenza di borghesi tra il clero, che non risparmiavano le proprie invettive ai nobili, si arrivò ad un nuovo scontro con la vertenza agitata nella Real Camera di S. Chiara tra il 1782 e il 1794, in cui i nobili pretendevano di poter avere trattamenti simili ai canonici durante i pontificali. Le famiglie borghesi d'altronde, anche quelle dei paesi vicini (come i Massara a Zaccanopoli o i Meligrana a Parghelia) si stavano arricchendo anche reinvestendo i patrimoni accumulati nell'acquisto di terre. Si crearono inoltre delle dipendenze, simili a rapporti di servitù, tra questi due ceti e la gente del popolo minuto che, per esercitare il proprio mestiere o per aver dimora, doveva prendere in affitto i bassi e i magazzini dei palazzi delle famiglie nobili e borghesi. Sul finire del secolo, grazie anche alla crescita del ceto borghese, molti furono i giovani studenti tropeani che si recavano a Napoli per accrescere la propria cultura. Tra questi giovani studenti vi erano anche Giuseppe Melograni grande geologo e mineralista, Antonio Meligrana futuro Vicario Generale della Diocesi di Tropea nei primi anni dell'Ottocento, ed il suo amico Pasquale Galluppi con il quale Meligrana condivise un appartamento in affitto nella capitale e che si distinguerà su tutti i personaggi illustri di Tropea per l'importanza dei suoi studi filosofici. Il Galluppi fu allievo alla scuola privata fondata a Tropea da Giuseppe La Ruffa, studioso formatosi nel ricostituito Seminario tropeano assieme al futuro abate Antonio Jerocades e al futuro Decano Saverio Polito. Fu in quell'ambiente aperto agli influssi culturali provenienti da ogni parte d'Europa che nel comprensorio di Tropea mise radici il movimento massonico. La Massoneria penetrò a tal punto che Massoni o Filomassoni furono ritenuti addirittura alcuni vescovi di Tropea. Lo sconvolgimento culturale di fine secolo fu accompagnato da altri due sconvolgimenti, si tratta del terremoto del 1783 e la proclamazione della municipalità nel 1799. Paradossalmente, l'evento politico "scosse" i patrizi più dell'evento naturale! Anche se per qualche tempo i nobili riuscirono a ristabilire l'antico regime, l'avanzata delle nuove idee era ormai irrversibile anche per Tropea.

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